ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI, METTIAMO ORDINE

I francesi hanno scelto il loro nuovo Presidente. Si tratta di un giovanotto di belle speranze che risponde al nome di Emmanuel Macron.

Un’elezione del tutto atipica nell’aulica recitazione della Quinta Repubblica e per due motivi principali. La sua esperienza politica non si inserisce nella tradizione della Quinta Repubblica per via che è espressione di un movimento politico e non di un partito. Non ha, il Macron, una lunga esperienza politica che era il tratto in comune dei suoi predecessori. Basta pensare alla storia politica di un Pompidou o Giscard d’Estaing oppure Mitterand.

Come al solito in Italia si ha il cattivo gusto di applicare alle vicende politiche forestiere i metri di analisi tipici della politica italiana. Spesso con risultati piuttosto risibili che denotano l’elevato grado di provincialismo imperante dalle nostre parti. Vorrei sommessamente ricordare alcuni dati fondamentali:

  1. Di norma le elezioni presidenziali si concludono con le successive elezioni politiche. Per un semplice motivo. Il Presidente in carica deve sapere qual è il suo peso all’Assemblea Nazionale. Se buona parte di essa sarà dalla sua parte allora potrà governare serenamente. Altrimenti si prevedono tempi grami per il Macron;
  2. Abbiamo registrato il più alto tasso di astensionismo dal 1969 allorquando fu eletto Presidente Pompidou. A ciò aggiungasi il fatto che il numero delle schede nulle e bianche è stato alquanto importante. Pertanto, non è un Presidente espressione della maggioranza dei francesi. Francesi che hanno già iniziato a protestare contro il giovanotto;
  3. “En Marche” sembra non esistere più in quanto si costituirà in un partito vero e proprio. Si chiamerà, pare, Partito della Nazione. Mah… Abiura della precedente esperienza? Ora bisognerà vedere quale sarà la sua consistenza alle elezioni di giugno. Pur essendo un monarca assoluto il Presidente in Francia ha bisogno di una bella maggioranza all’Assemblea Nazionale. Se no…
  4. Anche il Front National sembra essere sul punto di non essere più quello di prima. Per il nome. Che cambierà. Per la leadership. Non si può riproporre in tutte le salse la Le Pen. Sintomatico è che sua nipote, Marion Maréchal Le Pen, abbia annunciato di terminare la sua esperienza politica. Quindi?
  5. Il Macron ha vinto poiché i due schieramenti politici cardini della Quinta Repubblica (ossia i socialisti e i repubblicani) sono arrivati spompati alla competizione elettorale. I primi perché in arrivo da un’esperienza presidenziale fondamentale incolore e dilaniati dalle correnti. I secondi che sembravano dover essere i vincitori alcuni mesi fa pagano l’incaponimento di un Fillon a voler proseguire a tutti i costi la sfida elettorale. La domanda ora è questa: quali voti prenderanno alle elezioni politiche di giugno?
  6. Il leader di estrema sinistra, per certi versi simile a la Le Pen, Melenchon è l’autentica rivelazione di queste elezione presidenziali. E’ lui diventato l’azionista di maggioranza della sinistra francese. Sarà in grado di portare a termine una Opa su un Partito Socialista Francese in piena crisi? Un partito abbandonato dall’ex Primo Ministro Valls.

In breve, in Francia si apre un periodo non facile. Di transizione. Dove ciò che sembrava immutabile appare debole e diafano. Ma è la Francia a non essere più quella di prima. La Francia di Trenet è davvero lontana. Prima era “douce” (dolce) la Francia. Come sarà nel futuro?

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INGHILTERRA, ED ORA?

Che la c.d. “Brexit” non sarebbe stata una salutare passeggiata – in primis – per i sudditi di sua Altezza Reale la Regina Elisabetta  era facilmente prevedibile. Ma che questo comportasse un generale fermo macchine sia nella Perfida Albione che in Europa no. Il problema è che non si sa come procedere. E visto che nessuno sa come districarsi nel ginepraio causato da un referendum fin troppo avventato, tutti procedono in ordine spasso all’insegna di “Dio per tutti, ognuno per sé”. C’è già qualcosa che avrebbe dovuto far risuonare in ogni europeo un campanello d’allarme: il famigerato articolo 50 del Trattato di Lisbona. Articolo 50 che non esiste nel Trattato di Lisbona. Infatti, se avete un po’ di tempo da perdere e andate a leggervi il capitolato del succitato Trattato vi accorgereste che in realtà quell’articolo è codificato come “articolo 49a”. Capito? Si deve dire e/o scrivere articolo 49a e non articolo 50. L’articolo 49a è diventato l’articolo 50 solo nel Testo Consolidato del Trattato dell’Unione Europeo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE N. C 326 DEL 26/10/2012. Quindi, nel momento in cui si parla della facoltà concessa agli stati membri di recedere è necessario riferirsi al Testo Consolidato poiché è questo capitolato che contiene l’incriminato articolo 50. Tutto edificante, vero? Tanto per dovere di cronaca eccolo il famigerato articolo 50:

“1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.

Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.”

In pratica non si dice nulla su come “fare” per accontentarsi di volontà generiche e generaliste. Da qui discende il disordine che regna a tutti i piani. L’Inghilterra vorrebbe negoziare paese per paese, ma Jean-Claude Juncker ha avvertito in maniera inequivocabile. Nel senso che tutto passa dalle Istituzioni comunitarie. L’Irlanda del Nord e la Scozia in maniera sommessa o esplicita hanno fatto capire che per loro l’UE è più importante di Londra. Gli ordini professionali lanciano allarmi su allarmi per le conseguenze sul piano dell’occupazione. La Camera di Commercio di Londra ha rilasciato un report per nulla tranquillizzante. Alcune multinazionali hanno deciso di tagliare linee distributive nel Regno Unito. Giornali importanti esprimono senza nascondersi timori per una scelta – quella della “Brexit” – ritenuta avventata e mal ponderata. L’Alta Corte britannica ha puntualizzato dei paletti da non oltrepassare. L’Ambasciatore Sir Ivan Rogers abbandona la funzione di rappresentante dell’Inghilterra in seno all’UE poiché per lui questa “Brexit” è decisamente il festival dell’improvvisazione.

In sintesi, l’infausta decisione presa da David Cameron nel 2013 ha aperto un incredibile vaso di Pandora che rischia di travolgere tutti e tutto. A questo punto nessuno sa cosa fare di concreto. L’Europa tecnocratica sconfitta da se stessa.

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E’ LA STORIA BELLEZZA!

Possibile che ci si debba sempre stupire per come vanno le cose del mondo? Si noi gente umile di tutti i giorni e la classe dirigente mondiale continuerà in questo atteggiamento infantile dovremmo prepararci a ben altro. Un ben altro più grave e pericoloso per noi stessi.

Si sapeva che con il crollo del c.d. “muro di Berlino” le cose sarebbero andate in maniera del tutto differente. Tutto ciò che si era pensato e realizzato nei due secoli precedenti e a partire dalle rivoluzioni americane e francesi avrebbero potuto non essere sufficienti per accompagnare noi nel nuovo mondo. Anzi quei “tool” si sono dimostrati così inadatti che gli errori – fatali – commessi da noi sono diventati oramai plurimi.

Tutti noi siamo andati appresso ai miti della “fine della storia” oppure dello “scontro fra civiltà” e ci siamo persi. Altro che fine della storia, la storia non faceva che iniziare un nuovo percorso. Ci sono civiltà presenti sul globo terracqueo? Mi pare che ci siano solo scontri fra potentati economici. In un mondo, pertanto, non più ancorato a quello del c.d. “secolo breve” sarebbero potuto accadere cose che le categorie ideologiche che hanno governato l’Ottocento e il Novecento non erano in grado di prevedere. Categorie ideologiche troppo sicure di sé e aventi la pretesa di capire ogni evento. Con i risultati che conosciamo. In un mondo alla ricerca di novelle ancore e in mezzo all’oceano tutto è un “fieri” continuato e senza fine. E’ come se il mondo senza appigli cercasse di inventarsi la giornata. E ritorno all’inizio del mio articolo: perché stupirsi per quanto sta accadendo? Si è inorriditi per il terrorismo jihadista? Ma si sapeva che un giorno o l’altro si sarebbe prodotto lo scontro definitivo fra sunnismo e sciismo. Non si riesce più a dominare i focolai locali di crisi? Certo se non esiste più il bilateralismo post Seconda Guerra Mondiale e, di conseguenza, ognuno fa a casa sua quello che gli pare.

Gli organismi internazionali sembrano lenti ed incapaci di governare il mondo? La risposta è semplice. Sono nati in un mondo che non c’è più. Siamo ancora alla ricerca di un perché Donald Trump sia il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Prima o poi doveva accadere visto la crisi della politica e dei partiti a livello mondiale. La sfilza degli esempi potrebbe essere davvero infinita. Il senso della discussione è questo: armiamoci e partiamo alla scoperta di un mondo nuovo. Abbiamo compiuto negli ultimi lustri un esercizio di “tabula rasa”.

Orbene, questa benedetta o maledetta tabula – a secondo dal punto di vista – va riempita di nuovi contenuti ossia valori, idee, comportamenti, dinamiche e quant’altro. Perché se no staremo a stupirci in terno peggiorando la situazione e dimostrando che non è vero che noi umani siamo animali provvisti di “intelligenza”. E’ ora di svegliarci. Non è brindando alla morte di Fidel Castro che si fa un servizio all’intiera umanità. Si fa servizio all’umanità – in parole povere a noi – capendo la lezione ed agendo di conseguenza. Altre soluzioni non ci sono sul tappeto. La storia è per questo una “bellezza” poiché sembra comandata da noi. Che illusione. E’ Lei che comanda. Con i suoi “corsi” e “ricorsi” ci indica come fare e dove andare. Ogni tanto ascoltiamo la storia e non il nostro ego qualche volta fin troppo sconfinato. In breve, E’ LA STORIA BELLEZZA!

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Il crollo definitivo?

Meglio essere chiari e diretti: il 23 giugno del 2016 potrebbe aver segnato la fine dell’Unione Europea. La foga distruttrice non accenna, purtroppo, a diminuire. Anzi, aumenta in intensità e pericolosità. Prima di tutto, avremo nuovamente le elezioni presidenziali in Austria visto che la Corte costituzionale di quel paese ha invalidato il risultato del ballottaggio. A seguire, il Referendum ungherese per capire se l’Ungheria dovrà accettare le quote di immigrati stabilite nel corso di pletorici vertici europei. Infine, l’undici dicembre del 2016 dovrebbero scadere le clausole riguardanti lo status economico della Cina. Se dovesse essere considerata quale “economia di mercato” si abbatterebbe uno tsunami devastante sulla già fragile e glabra economia del vecchio continente. Si prevede, infatti, il licenziamento di ben 2.500.000 lavoratori nell’Unione Europea con una conseguente riduzione del PIL europeo di circa 2 punti in percentuale. Per fortuna che la boutade del Presidente Ceco Zeman sull’eventualità di tenere nella Repubblica Ceca un Referendum sulla membership del paese mittleuropeo non è andata a buon fine grazie alla pronta smentita del Primo Ministro Sobotka. Abbiamo evitato un altro colpo mortale per il rotto della cuffia. Ma la situazione non cambia. Si avverte palpabile l’afasia e l’atarassia dell’intera classe dirigente del vecchio continente. Incapace di ammettere i propri marchiani errori. Incapace di dare un senso all’Europa unita. Incapace di avere una visione di assieme sull’Europa e sul suo futuro. Ciò da essenzialmente ragione alle tesi di due sociologi francesi – Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot – che da anni denunciano i guasti irreversibili e definitivi commessi dalle elites europee. Elites che si sono comprate la democrazia in Europa e ne hanno svuotato di ogni significato e valore. Ora ci troviamo come gli abitanti di Dresda e Lipsia dopo  gli spaventosi bombardamenti posti in essere dalle c.d. “fortezze volanti” americani: senza forze e suonati come il peggiore dei boxer… Eppure, dobbiamo reagire – dico noi europei – perché il mondo ha bisogno di un’Europa forte e carismatica visto i gravissimi problemi in essere nell’agenda geopolitica internazionale. Certo siamo al CROLLO DEFINITIVO, tuttavia, è vero che abbiamo l’obbligo morale di riprendere quel viaggio iniziato il 9 maggio del 1950 con l’indimenticato discorso di Schuman. Dimenticato, però, dall’attuale classe dirigente europea. Non solo dimenticato, ma tradito in maniera drammatica. E’ ora che le malconce e sfinite coorti europee si rimettano in sesto alla bell’e meglio. Perché non approfittare dello shock per iniziare una fase costituente in Europa tesa a far riscoprire nei troppi che lo hanno dimenticato che l’Europa ha fornito – nella cattiva e nella buona sorte – qualche decennio di pace e progresso a un continente che usciva da secoli di guerre? Bruxelles deve smetterla di considerare massima urgenza la regolamentazione sulle melanzane ed uscire da quella “turris herburnea” in cui si è asserragliata da decenni per incontrare le donne, gli uomini, i giovani (che guarda caso l’hanno tradita in occasione del Referendum inglese) e gli anziani dell’Europa. Toccare il fondo non significa essere al fondo. Dobbiamo semplicemente ripartire su nuove basi. Mandiamo al macero la tecnocrazia e i finanzieri e trasformiamoci tutti in umili lavoranti nella vigna dell’Europa”.

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Presidenziali austriache, pericolo scampato?

Da qualche tempo a questa parte le vicende europee assomigliano a un gigantesco, quanto drammatico, gioco dell’oca. Il percorso è così irto di pericoli che quando esce una combinazione di numeri meno sfavorevole per noi tiriamo tutti quanti un sospiro di sollievo.

Purtroppo, è questo l’andazzo invalso nel nostro continente stretto da tutta una serie di criticità interne ed esterne. Criticità che stanno bloccando quasi del tutto il suo avvenire. L’ultima stazione del suddetto gioco dell’oca è stata rappresentata dalle recentissime elezioni presidenziali che si sono svolte in Austria. Il primo turno aveva disegnato uno scenario piuttosto complesso con il candidato dell’estrema destra Norbert Hofer avanti, e di molto, su tutti gli altri candidati. Il suo score era stato 1.499.971 voti corrispondenti al 35,1%. Il secondo, distaccato di parecchie lunghezze, era il professore universitario dei Verdi Alexander Van der Bellen che era riuscito ad ottenere 913.218 voti con una percentuale del 21,3%.

Se i numeri del primo turno fossero stati confermati al secondo turno la situazione per l’Austria e l’intera Europa avrebbe assunto toni di vero allarme. Il secondo turno ha, invece, salvato la situazione. Il candidato Alexander Van der Bellen è risultato vincitore ottenendo 2.254.484 voti corrispondenti ad una percentuale del 50,4%, mentre l’altro candidato Norbert Hofer 2.223.458 voti ed una percentuale del 49,7%.

Ma la situazione è davvero risolta in modo positivo? Non credo, e per tutta una serie di questioni. L’Austria esce da codeste elezioni molto indebolita. Infatti, è un paese spaccato a metà. E quando un paese è spaccato a metà la vita di quel paese ne risulta condizionata in maniera piuttosto negativa. Poi, cosa ne sarà dell’Austria per i prossimi due anni? Due anni perché nel 2018 sono previste le elezioni politiche. Saranno due anni di forte ingovernabilità? E’ lecito recepire tale ipotesi in quanto le elezioni presidenziali hanno fatto capire che c’è un forte blocco nazionalista che non intende svolgere una funzione, diciamo così, moderatrice. Assisteremo a un innalzamento della conflittualità sociale? Le elezioni presidenziali testé svolte hanno registrato la scomparsa delle due famiglie tradizionali della politica austriaca ed europea: i socialisti e i moderati. I primi hanno ottenuto un misero 11,3% ed i secondi l’11,1%. Insomma, una Caporetto su tutta la linea. Ciò comprova che l’attuale crisi che sta sconvolgendo l’Europa sta incidendo in maniera significativa sugli assetti partitici tradizionali europei rei di essere colpevoli della crisi. E’ un trend che sta dilagando in tutta Europa in maniera continuativa, persistente e diffusa.

Il posto lasciato vuoto dalle famiglie tradizionali della politica europea viene immediatamente preso da soluzioni estreme e populiste. Oramai schieramenti politici estremisti e populisti sono rappresentati in seduta stabile in diversi parlamenti nazionali ed anche in quello europeo. In parecchi casi sono al governo di paesi. E’ davvero uno sguardo d’assieme che suscita più di un timore poiché la situazione presente indebolisce molti stati e blocca di fatto il processo unitario a livello europeo poiché ci sono governi nemici dell’idea dell’unione europea.

Quindi, non c’è nessun pericolo scampato per l’Europa a seguito delle elezioni presidenziali austriache. Anzi… La prossima tappa è il voto c.d. “Brexit”… Una “via crucis”!

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Qualche riflessione sul Fronte Sud

Il termine “Fronte Sud” non è mio. Lo utilizzò per la prima volta il Generale Graziani in un libro intitolato per l’appunto “Fronte Sud” e pubblicato nel 1937 dalla Valsecchi. In questo libro egli raccontava delle sue esperienze militari in Africa. Africa intesa come “Fronte Sud”. Ecco, dunque, l’utilizzo di tale termine in riferimento all’articolo che state leggendo. Un articolo inteso per evidenziare alcune brevi riflessioni su quanto sta succedendo in Africa e in Asia. Iniziamo subito.

TURCHIA) E’ mai possibile che si debba organizzare un incontro con tutti i capi di stato europei per incontrare il Primo Ministro turco Davutoglu? Ciò conferma la mancanza di una vera politica estera dell’Unione Europea e una poca fiducia nei confronti dei vertici comunitari. Non sarebbe bastata la presenza del Presidente della Commissione Juncker, dell’Alto Rappresentante per la politica estera Mogherini, del Presidente del Consiglio Europeo Tusk e del Presidente del Parlamento europeo Schulz?

ISIS) Siamo strabici. Nel senso che siamo così presi dalle efferatezze commesse dal Califfato che ci sfugge il vero senso della posta in gioco. Chi deve governare le immense ricchezze petrolifere dell’area? Gli sciti iraniani e iracheni oppure i sunniti sauditi? Questo è il “busillis” di quanto sta accadendo nel Medio Oriente.

RUSSIA) Tutti a festeggiare nel campo avverso alla Russia il suo disimpiego parziale dallo scenario siriano. E’ che più pragmaticamente Putin ha deciso di delegare al potente alleato di area, l’Iran, la gestione delle cose siriane. Naturalmente la Russia ci sarà sempre in quanto questa maledetta guerra civile che insanguina la Siria da ben 5 anni è un buon “test” per gli armamenti russi.

LIBIA) Ci sono due governi in Libia. Forse fra qualche tempo ce ne sarà solo uno. Tuttavia, la cosa strana è che è ancora operativa la Banca Centrale della Libia. L’unica istituzione del regime di Gheddafi che gli è sopravvissuta. E’ la cassaforte del potere in quel paese. Fra l’altro la Banca Centrale è il forziere del gigantesco fondo sovrano libico che ha ramificazioni in tutto il mondo. Ad esempio, detiene alcune quote degli asset azionari di Unicredit. Scommetto che molte potenze internazionali e di area ambiscono a governarla perché il vero controllo della Libia passa proprio di lì.

MAFIA) Se guardate una carta geografica noterete un fatto strano. In apparenza. I territori dove insiste il terrorista jihadista sono speculari alle rotte del traffico internazionale di droga e al traffico di esseri umani. Mica ci vuole un computer quantistico per capire che ciò a cui stiamo assistendo ha una matrice comune. Forse il terrorismo jihadista è messo lì per evitare di occuparci di droga e schiavi moderni? Ma la domanda che dovrebbe maggiormente inquietarci è la seguente: la mafia che ha occhi dappertutto non sa nulla di nulla di tutto questo? La domanda mi pare lecita.

COMPETIZIONE) In Africa si sta svolgendo una particolare e sanguinosa competizione. Fra chi? Fra Al-Qaeda e l’ISIS. Un bel grattacapo davvero per un continente che cerca fra immani difficoltà di trovare un futuro. Al-Qaeda e l’ISIS hanno due obiettivi speculari: destabilizzare l’Africa per sconfiggere il competitor. La comunità internazionale ha l’obbligo di salvare il continente africano da tale scenario negativo. Rafforzando, in primis, le istituzioni democratiche africane e risolvere gli atavici problemi che assillano il continente nero.

QUESTIONE PALESTINESE) Tutti pensano all’ISIS e nel frattempo scompare la questione palestinese. Oramai non c’è neppure un tavolo di trattativa aperto fra l’Autorità palestinese e Israele. Un ulteriore elemento di riflessione.

Di problemi seri e spinosi da risolvere ce ne sono. Questo maledetto “Fronte Sud” continuerà a creare inquietudine e violenza senza pari per parecchi anni se non decenni. I problemi elencati si risolvono avendo una strategia univoca. La frammentazione non fa altro che aumentare il grado di pericolosità dell’intera situazione.

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UN PUZZLE CHIAMATO UNIONE EUROPEA

Un recente articolo del saggista americano Robert Kaplan apparso di recente sul Wall Street Journal e ripubblicato in Italia dalla Stampa ci permette di comprendere con maggiore chiarezza la composizione geopolitica dell’Unione Europea. Un’intuizione piuttosto appropriata dell’autore è che l’Unione Europea comincia a modellarsi secondo la struttura del Sacro Romano Impero. Ovverossia un centro forte ed una periferia in mano alle c.d. “marche”. L’articolo di Kaplan mi suggerisce alcune riflessioni personali. Il centro è senza dubbio rappresentato dall’Europa Continentale e in particolar modo dal duo Germania-Francia. Un duo sbilanciato poiché i problemi economici della Francia impediscono a quest’ultima di poter giocare un ruolo maggiormente trainante sia in seno al succitato duo che nel resto dell’Unione Europea. Vicini a tale centro è senza dubbio il Benelux, i paesi scandinavi e le tre repubbliche baltiche. Questo insieme di stati determina il centro dell’Unione Europea. La periferia, rappresentata dalle “marche” di cui poc’anzi, è costituita da una fascia di stati che va dal Portogallo fino alla Penisola Balcanica. Una periferia che rappresenta un confine con il mondo delle sempiterne crisi dell’Africa Maghrebina e del Medio Oriente. Un “limes” fra l’Europa cristiana e la religione islamica. Anzi secondo il geografo e storico francese Fernand Braudel il vero confine sud dell’Europa era da ascriversi direttamente in piena Africa Maghrebina. Venuti meno i regimi che governavano quella parte del Mediterraneo ecco che il “limes” si è spostato più a Nord attivando di fatto gli intensi fenomeni migratori degli ultimi decenni. A dir il vero la periferia dell’Unione Europea gioca in ordine sparso non sembrando rivolgere il proprio interesse geopolitico al rafforzamento della stessa Unione Politica. L’Irlanda è essenzialmente un “hub economico” che pensa ad attrarre investimenti. L’Inghilterra, al contrario, è oramai una mina vagante in seno all’Unione Europa tesa alla tutela di Londra capitale finanziaria del mondo rispetto all’Euro. Il Portogallo come Croazia e Slovenia svolgono un ruolo di comprimari. Nulla di più. La Spagna prima delle recenti elezioni era profondamente legata alla Germania. La probabile formazione di un governo di sinistra PSOE-Podemos sgancia il paese iberico dall’ “entente cordiale” con Angela Merkel. L’attivismo di Matteo Renzi non è molto gradito al “centro” dell’Unione Europea. Molte le frizioni fra Roma e Bruxelles intercorse nell’ultimo periodo. La Grecia appare come un membro/non membro. Un peso, ecco! Abbiamo, quindi, il quadrilatero mittleuropeo costituito da Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia. Un quadrilatero sempre più lontano da Bruxelles e viepiù indifferente da appelli alla coesione continentale. Un’annotazione: la Polonia è una grave perdita per gli interessi geopolitici della Germania a causa della sterzata nazionalista della prima. Infine, Romania e Bulgaria. Un mistero. Sono attive per ottenere i finanziamenti comunitari, mentre non mostrano alcun interesse nei confronti dei dossier “caldi” dell’Unione Europea. Di recente tale strutturazione geopolitica dell’Unione Europea ha subito delle nuove tendenze centrifughe. Dinamiche dovute alla minaccia del terrorismo di marca jihadista e al protagonismo russo. L’Europa Occidentale sembra più conciliante con la Russia proprio perché identifica in questo paese un alleato imprescindibile nella lotta contro la minaccia terroristica. Certo ci sono le crisi in Ucraina e in Siria, ma sono dettagli. Al contrario, l’Europa Orientale (termine inesatto – nda) che teme il protagonismo della Russia cerca di stringere rapporti sempre più intensi con gli Stati Uniti. E’ davvero il caso di dirlo. L’Unione Europea dei giorni nostri è un puzzle. Un puzzle impazzito? No…semplicemente un’Unione Europea che paga in maniera pesante e pericolosa la mancanza di una vera strategia geopolitica. Povera Federica Mogherini. Rappresenta una politica estera europea che non esiste!

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Abbiamo già oltrepassato il punto di non ritorno

Guardiamo in faccia la realtà. Senza infingimenti. Senza ipocrisie. Senza armamentari ideologici. La risposta che dobbiamo porci a questo punto è la seguente: ABBIAMO GIA’ OLTREPASSATO IL PUNTO DI NON RITORNO?

Per dovere di sintesi, C’E’ ANCORA L’EUROPA OPPURE NO?

E’ una domanda lecita alla luce dei gravi fatti che stanno dilaniando – è proprio il caso di affermarlo – il tessuto connettivo di un continente che un tempo voleva l’unità, ma che oggi scopre che quelle motivazioni all’unità sono evaporate e sublimate. Si percepisce di essere alla vigilia di un rompete le righe su tutti i fronti. Lo ha ammesso pubblicamente qualche giorno fa il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Passiamo in rassegna i c.d. “cahiers de doléances” aperti. Questione sicurezza. Prendendo a pretesto la minaccia jihadista da più parti si auspica di buttare alle ortiche il Trattato di Shengen bloccando per almeno due parti. La più semplice delle soluzioni, purtroppo… Scusate, ma il sogno dei padri fondatori dell’Unione Europea non era quello della libera mobilità delle persone in seno ai paesi facenti parte della predetta Unione? Solo assicurando tale mobilità l’Europa Unita ha un senso perché la mobilità cementa la creazione di un comune sentire europeista. Questione immigrati. Non si era deciso di suddividere gli immigrati che entravano in Europa dai Balcani/Grecia e Italia? I risultati sono al dir poco deludenti. Fino ad oggi appena 280 immigrati sono stati portati via da Grecia e Italia con destinazione altri paesi comunitari. A fronte di una cifra programmata di ben 180.000 immigrati! Che ipocrisia, dunque, la parola immigrazione. Per non parlare dell’atteggiamento ondivago di troppi paesi. Aprono. Chiudono. Riaprono con condizioni. Richiudono. E così via dicendo. Bel biglietto da visita per un’Europa da tempo “faro della civiltà mondiale” in crisi. Questione involuzione democratica. Da tempo si assiste a una pericolosa involuzione democratica nell’intero continente. Prima abbiamo avuto il caso Ungheria. Ora le preoccupazioni giungono dalla Polonia. In questi paesi si sta disegnando un’Europa che non ha nulla a che vedere con i patti costitutivi dell’Unione Europea. Ammorbidimento della separazione dei poteri. Asservimento degli organi di stampa ai voleri del Governo. Riduzione delle libertà sindacali. Prevalenza dell’aspetto etnico nelle dinamiche sociali. Restringimento delle forme di partecipazione popolare. Mi pare che qualcuno in Europa vuole un continente simile a quello che precedette la Seconda Guerra Mondiale. Questione euro. Doveva diventare un volano prezioso per spingere ulteriormente il vecchio continente ad unirsi. Ora si ragiona, non in maniera ufficiale bensì carsica, per cercare di allentare questa camicia di forza denominata “euro”. A tal punto che la Croazia ha deciso di posporre l’entrata nel sistema euro. Con l’euro l’Unione Europea si è giocato il proprio avvenire. Si è cominciato con una moneta, mentre si doveva partire dalla creazione di vari pilastri fondamentali – politica estera europea, politica fiscale europea, politica comune di difesa, politica del cittadino europeo, politica della formazione – per poi innestare la moneta unica europea. Come potete notare questi “cahiers de doléances” rassomigliano a un macigno in grado di annichilire qualsiasi progetto di reale unione europea. Unione europea che i fatti ci dicono non esistere. Allora siamo sicuri di NON AVER GIA’ OLTREPASSATO IL PUNTO DI NON RITORNO? Un chiarimento diventa un imperativo morale necessario. Così non si può più andare innanzi.

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TUTTI CONTRO L’EUROPA UNITA

Sta per finire un anno “terribile” per il nostro continente.

Troppi avvenimenti sembrano delineare un attacco (programmato?) contro l’Europa e l’Unione Europea. Cerchiamo di ricapitolare alcuni fatti. L’avanzata di movimenti di estrema destra o populisti hanno avuto lo scopo di far esplodere le ragioni che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono.

E’ un fenomeno da non sottostimare poiché tale “vague” anti-europeista è un fiume carsico autore di una lenta quanto inesorabile corrosione del tessuto connettivo europeo. Spesso i fenomeni più pericolosi sono quelli di cui non si ha una percezione immediata. Anche l’afflusso di migranti ha dimostrato quanto sia fragile l’unità europea.

Le decisioni dell’Unione Europea in tal senso appaiono prive di potere reale. Il risultato è che gli stati membri dell’Unione Europea vanno in ordine sparso lanciando, nel contempo, al mondo intero un messaggio non proprio positivo in riferimento all’Europa. I rapporti fra gli stati membri e Bruxelles danno l’impressione di scaturire da tensioni piuttosto che da un reale coordinamento.

La minaccia del terrorismo, altresì, ha rappresentato un altro serio campanello di allarme. Possibile che l’unica risposta effettiva dell’intera Europa sia quella di sospendere i diritti dell’uomo. Così facendo l’Europa diventa soggetto passivo rispetto alla lotta contro il terrorismo di marca jihadista. Qui l’Europa rischia molto. Il c.d. “faro della civiltà” non può diventare un’immensa caserma. Si risponde al terrorismo con una strategia di ampio respiro. Oppure l’incapacità dell’Europa deriva dal fatto che ha troppi sensi di colpa da espiare in relazione ai popoli arabi e islamici?

Il nostro continente è in crisi perché un euro vicino alla parità con il dollaro americano rappresenta un mortale pericolo per quest’ultima divisa nazionale. Più si apprezza l’euro nei confronti del dollaro maggiore è la presenza sul proscenio internazionale dell’economia europea. Il che non è molto apprezzato dagli Stati Uniti d’America che vedono nel loro dollaro un’incredibile arma per continuare nella loro supremazia globale.

Infine, se ci fate caso, c’è un “fil rouge” che lega certi discorsi di candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti d’America con i movimenti di estrema destra/populisti europei, la Russia e i terroristi jihadisti. Questo “fil rouge” è un racconto contro una reale unità del nostro continente. Un’Europa unita nel senso di condivisione di popoli e non di inutili regolamenti comunitari assurge a modello planetario che va fermato ad ogni costo.

Un’Europa unita diventa l’argine definitivo a racconti il cui registro fa rima con divisione, interessi di parte, sopraffazione e potere illimitato. Da qui la necessità di un’Europa unita. Unita da un diffuso senso di condivisione. Unita in maniera speculare ai valori fondanti della medesima. Unita come grado di operatività rispetto alle problematiche presenti nell’agenda internazionale. Proprio per quanto detto poc’anzi l’Europa deve finalmente essere un soggetto geopolitico attivo. Ovverossia non deve fungere da mero reagente a input esterni. Ecco il “quid”: arrivare prima degli altri perché gli altri contano sulla nostra lentezza per imporci le loro scelte. C’è davvero più bisogno di Europa. Di un’Europa che faccia rima con persone e popoli. Che unità europea esiste quando essa è dipendente da astruse direttive e da farraginosi processi decisionali? L’Europa è un valore, non un prodotto.

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ATTENTATO DI PARIGI: CERCHIAMO DI METTERE ORDINE

Sono tante le questioni che gli attentati di Parigi del 13 novembre scorso hanno messo in evidenza. Pertanto, cerchiamo di mettere ordine. In questi momenti bisogna dare ascolto alla testa e non alla c.d. “pancia”. Premessa: al fine di rendere agile la lettura del presente articolo ho deciso di sviluppare la riflessione mediante brevissimi paragrafi quasi didascalici. Non seguirò – avverto – nessun ordine. Un certo Lucio Anneo Seneca qualche secolo orsono utilizzava tale metodologia di scrittura per spiegare cose complesse.

 

SIAMO IN GUERRA? Certamente, ma evitiamo di cadere dalle nuvole. Siamo nelle nuvole fin dai giorni del crollo del Muro di Berlino allorquando ci dissero che la storia aveva raggiunto il suo punto terminale. Giochi della storia. Da allora le dinamiche geopolitiche del mondo passarono da un registro bimodale a un multilateralismo spinto. Ciò ha comportato che crisi locali fino allora compresse siano esplose aumentando di intensità. Altre se ne aggiungessero. Tuttavia una guerra senza una strategia complessiva in riferimento al mondo arabo e islamico sarebbe deleteria e comporterebbe un’ulteriore escalation. Per carità non definiamo codesta strategia “esportazione della democrazia”. Abbiamo visto i suoi nefasti risultati. E’ venuto, in altre parole, il momento che il versante nord e il versante sud del Mediterraneo si parlino buttando a mare – è il caso di affermarlo – decenni di ipocrisia, di giochi sporchi, di malafede e geopolitica asfittica. Dobbiamo dare un presente e un futuro degni di questo nome alle smisurate masse dell’Islam. Se ritorniamo a porre al centro dell’azione politica l’uomo allora la guerra cessa di essere l’unico strumento in mano nostra per risolvere le crisi internazionali.

 

I MORTI SONO TUTTI UGUALI. Aver dato massimo rilievo ai morti di Parigi rispetto alle vittime degli attentati di Beirut e Baghdad costituisce uno dei tanti autogol di un’Europa che si crede ancora il faro della civiltà moderna. Comportarsi in tal modo fa comprendere che ci sono morti di serie A e morti di serie B. Orbene, non è così. Tutti i morti hanno identica dignità. Ancora il nostro continente non ha capito che l’attacco jihadista non è un attacco rivolto esclusivamente contro DI esso. Qui è in corso un attacco a tutto il mondo. Escludere qualcuno persino dall’elaborazione del lutto può rivelarsi un ennesimo regalo a chi cerca di aizzare il mondo arabo e islamico contro di noi. Riflettiamo su questo punto. La psicologia è in grado di assumere il ruolo di strumento essenziale al fine di risolvere il caos attorno a noi.

 

SCONTRO DI CIVILTA’ E DI RELIGIONE? Fino a un certo punto. Non è che l’Europa e il Medio Oriente siano ai giorni d’oggi un esempio in tal senso. Le parole “civiltà” e “religione” appaiono parole svuotate di ogni significato. Assumono, invece, le caratteristiche di paraventi e specchietti per allodole. In realtà il c.d. “background” è fornito dagli accordi economici intercorsi fra i potentati multinazionali occidentali e le petromonarchie del Golfo. In più, stiamo assistendo a uno scontro senza quartiere fra le due componenti maggioritarie dell’Islam: il sunnismo e il sciismo.

 

TRATTATO DI SYKES-PICOT. Era il trattato che aveva ridisegnato il Medio Oriente in seguito alla scomparsa dell’Impero Ottomano. Si capisce che ci sono fortissimi interessi ha cambiare nuovamente le carte in tavola. Questo per motivi geoeconomici. Alcuni prospettano che alla fine la Siria potrebbe essere divisa in due. Ma è un processo che sembra investire altri attori sia dell’area che nei Balcani. Tre esempi. Il discorso del Premier Davutoglu all’indomani della vittoria del Partito per la Giustizia e Vittoria nelle recenti elezioni turche è emblematico. Ha raffigurato la costruzione di una “Grande Turchia” che comprenda parte dei Balcani, della Siria, del Caucaso e dell’Asia Centrale. Qualche settimana fa nel corso di una manifestazione a Roma di rumeni e moldavi si è richiesto a gran voce la nascita di un unico Governo moldavo-rumeno al fine di fondare la c.d. “Grande Romania”. Lo scorso mese di aprile nel corso di un incontro fra il Premier Rama e il suo omologo kosovaro Thaci si è evocata la “Grande Albania”. Gli esempi testé citati indicano un mondo che sta cambiando. Dovremo abituarci – a mio modesto parere – a dei cambiamenti profondi concernenti la geografia politica del mondo.

 

FINANZIAMENTI ALL’ISIS. Si tratta di un segreto di pulcinella. Lo sanno tutti che l’ISIS ha dei finanziatori. La storia dello Stato Islamico nasce nel 2003 per opera di Abu Musab al-Zarqawi (ucciso in seguito) capo sia di al-Qaeda Irak che di un gruppo di “foreign fighters” in Afghanistan denominato Jama’at al-Tawid wal Jihad. Era finanziato da organizzazioni non governative del Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. A ciò aggiungasi tutta una serie di attività criminali nei più disparati settori. Quali traffico clandestino di petrolio oppure corruzione politica. Dal 2005 in poi ecco apparire all’improvviso (sarà così?) Abu Bakr al-Baghdadi che riceve, sempre a partire dal 2005, almeno 50 milioni di dollari in donazioni all’anno. Questo grazie a due preziosi collaboratori: Mowaffaq Mustafa al-Karmush (noto come Abu Salah) e Abu Jaafar al-Sabawi. Entrambi con ottimi agganci nelle corti dei regni wahhabiti della Penisola Arabica.

 

SICUREZZA E DEMOCRAZIA. Da quanto si percepisce la prima sarà rinforzata a danno della democrazia. Pensate alle draconiane misure decise dal Governo francese e approvate dai due rami del Congresso. Ciò riporta la Francia agli anni bui della Guerra di Algeria. Tali misure prevedono tutta una serie di operazioni autorizzate alle forze dell’ordine transalpine senza dover passare da un magistrato. La possibilità di dichiarare il coprifuoco non è poi così remota. Infatti, nella città di Sens è stato decretato il coprifuoco. Dovremmo, pertanto, attenderci a vedere fortemente limitate le nostre libertà? Ritengo di si e dovremmo convivere con una paura strisciante e carsica. La peggiore fra le diverse tipologie di paura. La Francia appare come il prodromo di ciò che succederà in tutta Europa. Il paese transalpino ha deciso di aumentare di ben 600 milioni di euro il capitolo di spesa per la sicurezza. Un capitolo già pingue in quanto provvisto di 1,2 miliardi di euro l’anno. Sicurezza, d’altronde, significa di fatto smantellamento del Trattato di Schengen. Un handicap di non poco conto per un’economia, quella europea, parecchio in affanno. Sospensione del Trattato di Schengen non significa, ricordiamocelo, solo limitazione alla circolazione di persone, ma anche di merci. Si prevedono, di conseguenza, effetti molto negativi sull’economia complessiva del vecchio continente. Immaginatevi le lunghe trafile burocratiche a cui non eravamo più abituati per sdoganare merci deperibili oppure semi-lavorati. Non è che l’Europa abbia assunto nuovo personale alle dogane nel frattempo. Anzi è diminuito e ciò comporterà un aggravio sui tempi tecnici necessari all’import-export.

 

L’EUROPA ALLA GUERRA. L’Europa non può contare su eserciti efficienti. I draconiani tagli alla difesa effettuati negli ultimi anni nel vecchio continente hanno ridotto in maniera drammatica l’operatività degli assetti di tutti gli eserciti europei. Pensate che la Gran Bretagna può al massimo contare su 270 carri armati. In Italia abbiamo un cimitero di tank che raggiunge l’incredibile cifra di 3.000 pezzi abbandonati a se stessi! Proprio in questi giorni, fra l’altro, la Corte dei Conti francese ha lanciato l’allarme sulle spese scarse di manutenzione degli assetti difensivi di quel paese. Manutenzione scarsa che impedisce di fatto all’esercito francese di essere pienamente operativo. In pratica, l’Europa non deve contare sui propri eserciti. Poi quando si pensa che all’esercito tedesco in virtù dei trattati post Seconda Guerra Mondiale non è permesso di partecipare a missioni estere… Tre dati: un’ora di navigazione della Portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle costa 50.000 euro, un’ora di navigazione al cacciabombardiere Rafale costa 10.000 euro e un missile AASM costa circa 300.000 euro.

 

ARSENALI SFUGGITI DI CONTROLLO. Nel corso degli ultimi decenni varie situazioni di crisi hanno portato alla luce aspetti davvero inquietanti. Mi riferisco alla sorte di arsenali che sembrano svaniti nel nulla. Dove sono finite le armi utilizzate nelle guerre fratricide nei Balcani? Fra l’altro è risaputo che in Bosnia vi erano campi di addestramento per “foreign fighters” balcanici inquadrati in Al-Qaeda. Nel corso della Guerra Civile Albanese del 1997 gli arsenali di quel paese furono totalmente saccheggiati. Gli stessi interrogativi si pongono in riferimento ai magazzini di stoccaggio del ex-Armata Rossa in Transinistria oppure agli arsenali irakeni e libici. Nessuna organizzazione internazionale si è mai espressa in merito. Un flash finale. Se un Governo fa un ordine consistente alla Russia il mitico AK47 costa appena 200 euro a pezzo…al mercato nero si va verso i 2.000 euro.

 

I SERVIZI SEGRETI EUROPEI NEL CAOS. Il sedicente capo dei vari gruppi di fuoco responsabili degli attentati di Parigi Abaaoud sembra essere stato un fantasma per tutti i servizi segreti europei. Non è mai stato “tracciato”. La soffiata della sua presenza in Francia è arrivata dai servizi di intelligence marocchini. Servizi di intelligence molto efficienti e preparati. Molto più di quelli europei. Mentre i servizi europei fanno troppo affidamento sull’elettronica per contrastare il terrorismo jihadista, i servizi mediorientali si preoccupano di presidiare il territorio in carne ed ossa. E questo fa la differenza. Eccome! D’accordo si ritiene che Abaaoud abbia utilizzato documenti falsificati in quanto l’ISIS si è impadronito in Iraq e Siria di quantità enormi di carte d’identità e passaporti in bianco. Tuttavia, il problema rimane. Servizi segreti più presenti sul territorio e maggiormente coordinati sono una risorsa imprescindibile per una politica di sicurezza efficiente.

 

NON SONO STRANIERI. Tutti i terroristi uccisi o arrestati non sono stranieri e/o immigrati. Sono, al contrario, cittadini europei. Sans va sans dire..un drammatico fallimento delle politiche di integrazione propugnate negli ultimi decenni. Questo perché in realtà ampie fasce di giovani arabi e/o islamici di seconda o terza generazione nati in Europa non si sono mai realmente integrati. Sono stati confinati in quartiere dormitorio. Privati di politiche attive sul lavoro. Sottoposti a un strisciante razzismo. Tutto ciò è diventato un perfetto terreno per l’azione della propaganda salafita. Ha avuto, in breve, campo libero per radicalizzare al punto giusto una marea sterminata di giovani e renderli pronti al jihad. Però attenzione! Se sviluppiamo politiche troppo aggressive sulle minoranze arabe e islamiche che vivono in Europa (ben 6 milioni di islamici in Francia) rischiamo di commettere un errore dopo l’altro. Agevolando, per di più, i crescenti movimenti xenofobi e fascisti cresciuti un po’ ovunque in Europa. Per assurdo, estremisti islamici e xenofobi europei potrebbero trovarsi alleati…

 

LA SANTA COALIZIONE CONTRO DAESH. Al momento non c’è. E’ un’affascinante ipotesi lavoro. Nulla di più. Prima annotazione. La coalizione che bombarda l’Iraq non è la stessa che bombarda la Siria. E qui la cosa è già tragica. Appena si è diffusa la notizia che la Russia avrebbe bombardato in Siria sia l’Arabia Saudita che il Qatar hanno annunciato il proprio ritiro. Mica ci mettiamo a bombardare i sunniti di Jabhat al-Nusra! I turchi non sono minimamente interessati all’ISIS. Il loro principale obiettivo è il PKK curdo. Per l’Iran e gli Hezbollah libanesi Bashar al-Assad non si tocca. Infine, all’Arabia Saudita questa alleanza fra Francia e Russia non piace per niente. L’Arabia Saudita potrebbe accettare una severa lezione impartita a quei “discoli” dell’ISIS, ma un loro annientamento mai. Sono troppo speculari ai loro interessi strategici. Servono a bloccare la pervasiva presenza dell’Iran sciita. Infatti, hanno gli sciiti a casa loro. Nello Yemen. Poi gli americani sembrano troppo remissivi. Si sono ritirati da tutti i teatri di guerra attivi nei paesi arabi e islamici. Desiderio di pace? Mica tanto in quanto hanno lasciato distrutti tutti questi paesi. A me pare che si siano/stiano ritirando per non pregiudicare la c.d. “Saudi Connection” che è essenziale per i loro interessi strategici da quelle parti. Ultima annotazione. Costituire un’efficiente coalizione contro l’ISIS comporta il fatto di portare a soluzione situazione di frizione fra i vari eventuali partner. Ad esempio la situazione in Ucraina che ha comportato un autentico gelo diplomatico fra la Russia e gli States. Ciliegina finale sulla torta. Speriamo che la coalizione contro Daesh non sia composta solo da occidentali. L’ISIS avrebbe facile gioco nello spronare le masse arabe contro di noi. Una coalizione efficace dovrebbe essere costituita in primis dagli arabi.

 

TRAFFICO DI DROGA E JIHADISMO. Chi ha rivendicato l’assalto all’albergo a Bamako nel Mali? Belmokhtar capo di un gruppo jihadista denominato Al Mourabitoun. Di origine algerina. Ebbe un ruolo rilevante nella Guerra Civile Algerina degli anni novanta. Fino a questo punto siamo nella norma. Ma c’è una cosa da sapere. Belmokhtar è un noto trafficante di droga. Soprattutto cocaina di provenienza sudamericana. Un fatto inquietante. Per caso il terrorismo jihadista nel Sahel è un modo per coprire un gigantesco traffico di armi e droga? Riflettiamoci sopra. Senza dubbio, altresì, il traffico di droga serve a finanziare la galassia jihadista. Mi pare un dato di fatto. Sembra chiaro che il Sahel sia diventato una zona di estrema permeabilità ad ogni traffico illecito. Un altro step. La rivendicazione è firmata in cooperazione con Al Qaeda Africa Occidentale/Maghreb. Questo è sicuramente il risultato dell’intensa attività di polizia internazionale attivata da ONU e Francia. Attività di polizia che ha indebolito in maniera consistente i due gruppi terroristici forzati a “unirsi”. Tuttavia, sembra delinearsi una guerra fra Al Qaeda e l’ISIS in quell’area. I primi aventi come punti di riferimento i succitati due gruppi. L’ISIS rappresentata dall’ex-Boko Haram. Ora Wilayat Gharb Afriqiya (ossia Provincia dell’Africa Occidentale). Una vicenda da seguire molto da vicino.

Avete capito, dunque, perché è necessario mettere ordine? La situazione in cui ci troviamo rassomiglia a quella di una bacinella piena di buchi. Alla fin fine non riusciremo più a turare le falle e…

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